Un "Itinerario gaginiano" con tanti appunti

di Salvatore Farinella©, testo pubblicato in Espero, 1 settembre 2011

È stato presentato, lo scorso 19 maggio [2011], il volume Itinerario gaginiano che raccoglie alcune opere della più vasta produzione quattro-cinquecentesca che suole indicarsi sotto l’epiteto di “bottega” o “scuola gaginiana”, in un percorso che coinvolge solamente quattro centri delle Alte Madonie (Geraci Siculo, le Petralie Soprana e Sottana e Gangi) tralasciando altrettante significative opere presenti nei rimanenti paesi madoniti: come è stato tuttavia sapientemente spiegato, esso costituisce non “l’itinerario” sui Gagini ma la prima tappa di un più ampio e completo percorso sulla esperienza artistica di quel periodo, già programmato e avviato dall’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali della Diocesi di Cefalù. L’esperienza è stata sostenuta dalle Amministrazioni Comunali dei quattro centri madoniti coinvolti e ha visto la partecipazione di alcuni dei più esperti della materia.

Il volume, ben curato nella sua veste editoriale, presenta le schede delle singole opere esistenti nei quattro centri madoniti, precedute dai sempre illuminanti interventi di monsignor Crispino Valenziano e di Vincenzo Abbate e dagli interessanti apporti di Giovanna Cassata e di Giovanni Mendola: è proprio a partire da quest’ultimo contributo, rilevante per quanto si dirà sotto il profilo squisitamente storico, che si vuole proporre qualche “appunto” - nel senso etimologico doppio di “annotazione”, “promemoria” e di “critica” dal punto di vista storiografico - sulle attribuzioni delle opere dell’Itinerario presenti a Gangi e su alcuni aspetti storici, al fine di più correttamente inquadrare i contesti, senza con ciò sminuire il lavoro brillantemente svolto da chi ha validamente collaborato all’opera.

Le preziose scoperte documentali di Giovanni Mendola hanno sempre contribuito in maniera determinante alla ricostruzione storica degli avvenimenti - siano essi riguardanti gli aspetti sociali che, come in questo caso, quelli più specificatamente artistici - che hanno caratterizzato la realtà gangitana del passato (1): e anche in questa occasione la sua ricerca d’archivio ha premiato le aspettative, fornendo due inediti documenti che illuminano certamente su due commesse artistico-religiose gangitane del primo Cinquecento.

Chiesa di Santa Maria di Gesù (foto S. Farinella©)
Chiesa di Santa Maria di Gesù (foto S. Farinella©)

Il primo riguarda un’opera acquistata per conto della chiesa di Santa Maria di Gesù, nel giugno del 1500, da un certo Pietro la Pichulilla di Gangi nella bottega palermitana dello scultore di origini carrarese Giacomo di Beneditto: si tratta di una statua marmorea della Vergine col Bambino, dotata di base con raffigurati due serafini e una storietta centrale dell’Annunciazione a Maria. Di fatti l’opera in questione non appare più presente nella nostra chiesa ma il contratto consente di trarre alcuni dati - sorvoliamo qui sui dati specificatamente riferiti alla statua -. Attestando l’esistenza della chiesa di Santa Maria di Gesù all’anno 1500, il documento conferma implicitamente la nascita del nostro edificio nella prima metà del Quattrocento, attesa anche la presenza della torretta campanaria con bifore databili proprio a quel periodo storico: come sostengo in uno studio in via di ultimazione (2), sia l’intitolazione a Santa Maria di Gesù, sia la datazione, sia ancora la sua ubicazione fuori delle mura urbane appaiono compatibili con un possibile insediamento di frati Minori francescani Osservanti. Un richiamo a questo Ordine religioso si nota ancora nello stemma con l’anagramma IHS (proprio dei Minori conventuali) presente nella chiave dell’arco della finestra nell’ultimo piano della torre che, sebbene realizzata alla fine del Seicento da mastro Blasio Morina (3), tuttavia pare evocare la presenza di questi religiosi: ai Minori Osservanti dunque, e non ai Benedettini - come affermato dal Nasello e altri e come ripreso nelle schede dell’Itinerario (4) - potrebbe essere ricondotta la fabbrica, tanto più che - come ho dimostrato in altra occasione - nessun documento testimonia questo possedimento in carico ai Benedettini di Gangi Vecchio (5).

Riguardo al personaggio Pietro la Pichulilla, è probabile che egli sia un discendente (forse un nipote) di quel Antonio la Picciulilla che nel 1422 dona ai Benedettini di Gangi Vecchio un mulino in contrada Furma e alcune case (6): è lo stesso personaggio - il nobile Antonio de Lapuhulilla della terra di Gangi che figura Capitano della terra di Tusa - al quale nel 1429 il barone di Pettineo, don Filippo Ventimiglia, deve 10 onze e 1 tarì per aver comprato 40 salme di frumento (7).

Madonna "della Vittoria" o "del Rosario" in chiesa madre (foto S. Farinella©)
Madonna "della Vittoria" o "del Rosario" in chiesa madre (foto S. Farinella©)

Il secondo documento riportato è riferito a un’opera gangitana e riguarda ancora la chiesa di Santa Maria di Gesù e ancora la commissione di una statua marmorea della Vergine col Bambino affidata, stavolta, a Giacomo Gagini: come è stato giustamente suggerito, è probabile che la prima opera del di Beneditto non sia stata consegnata, se appena quattro decenni dopo (1540) i procuratori della chiesa sono costretti a richiedere un’altra opera simile a un nuovo artista (8). È il documento che più ci interessa, poiché da esso si è partiti per individuare nell’Itinerario gaginiano - a mio giudizio erroneamente - un’opera tuttora esistente.

Dal contratto riportato si apprende che la statua della Vergine, posta su uno scannello alto un palmo, doveva portare in braccio il Bambino «giratu a lu popolo et cum pumo in manibus», indicazione ritenuta particolarmente significativa per l’identificazione dell’opera in questione: e difatti, prendendo atto che «nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Gangi ... non rimane alcuna traccia di statue marmoree, né della prima, né della seconda», l’opera documentata nel 1540 a Giacomo Gagini per la chiesa di Santa Maria di Gesù viene individuata nell’Itinerario con «una statua della Madonna col Bambino, sistemata sull’altare della cappella della Madonna del Rosario» nella chiesa madre della nostra cittadina.

Si tratta della statua della cosiddetta Madonna della Vittoria o Madonna del Rosario che, in un precedente contributo e sulla base di alcuni documenti della prima metà del Settecento relativi a una lite fra le due Confraternite del Rosario nella chiesa della Catena e nella chiesa madre, chi scrive aveva indicato come portata a Gangi dalla famiglia Barone oriunda da Naro successivamente al 1571: l’opera sarebbe stata collocata nell’attuale cappella della chiesa madre, che era stata concessa come sepoltura e con diritto di patronato alla stessa famiglia - notizia rilevata dalla trascrizione di una parte del testamento di Onofrio Barone del 17 luglio 1630, agli atti del notaio Egidio di Salvo, che non è stato possibile reperire - (9). Il primo titolo della Vittoria derivava dalla festa istituita da papa Pio V a seguito della vittoria ottenuta dalla flotta cristiana sui legni ottomani il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, mentre il secondo titolo del Rosario era consequenziale al primo, poiché il successo dei Cristiani venne attribuito dallo stesso Pontefice alla Madonna del Rosario.

Il documento del 1540 ha condotto l’estensore della scheda di quest’opera nell’Itinerario gaginiano a porsi «degli interrogativi sull’attendibilità dei documenti gangitani, comunque tardi e viziati dall’antagonismo fra la Compagnia del Rosario della Matrice e quella omonima della chiesa della Catena»: secondo la nuova documentazione reperita, «nel 1540 la statua di una Madonna con il Bambino viene commissionata a Giacomo Gagini, il terzogenito di Antonello, per la chiesa gangitana di Santa Maria di Gesù, che a quel tempo secondo il Naselli era annessa ad un ospizio appartenente ai monaci Benedettini di Gangivecchio» [sic]. Ma la conclusione a cui si arriva con riferimento alla nostra statua è senza dubbio stupefacente: viene infatti sottolineato come «sorprendente è la conformità fra la statua descritta nell’atto di commissione [per la chiesa di Santa Maria di Gesù] e l’opera oggi conservata in chiesa Madre, ad esempio l’altezza fissata in sei palmi nel contratto che corrisponde alla misura della nostra Madonna, aggiungendovi i circa 30 cm dello “scannello” non più esistente [sic], o il Bambino che viene indicato come rivolto verso il popolo e con in mano il pomo [sic]; non è dunque da potersi dubitare la coincidenza fra le due opere. Questa associazione trova ulteriore conforto mettendo a confronto la statua gangitana con le opere certe di Giacomo, ad esempio con la Madonna al centro del Trittico marmoreo di Sinagra del 1542» (10).

 

... continua

Note

 

1 Mi piace ricordare il determinante contributo documentale dato da Giovanni Mendola nella definizione delle personalità artistiche di Gaspare Vazzano - lo Zoppo di Gangi - e di Giuseppe Salerno in occasione della mostra Vulgo dicto lo Zoppo di Gangi, da me curata nel 1997 e in altre occasioni.

2 S. Farinella, Gangi forma urbis. Storia del borgo e dello sviluppo urbano (XII-XIX secolo), in corso di ultimazione.

3 S. Farinella, Luca Morina e Geronimo d’Ajeni, intagliatori lapidei del Valdemone, Paleokastro n. 16/2005, p. 28.

4 S. Nasello, Engio e Gangi. Nella storia, nella leggenda e nell’arte, Palermo 1949, cit. in AA.VV., Itinerario gaginiano, Bagheria 2011, scheda a p. 69.

5 S. Farinella, L’abbazia di Santa Maria di Gangi Vecchio. Storia, arte e misteri dell’antico cenobio benedettino, in corso di pubblicazione.

6 Ibidem, p.52 e p. 65 nota n. 37.

7 Archivio di Stato di Palermo, Sezione Gancia, Tabulario di Santa Maria di Gangi Vecchio, atto in notar Giovanni de Villafranca in data 2 settembre VIII Indizione 1429, pergamena 22.

8 AA.VV. Itinerario gaginiano, Bagheria 2011, p. 54-55

9 S. Farinella, Gangi. La chiesa di Santa Maria della Catena. Guida alla storia e all’arte, Madonnuzza-Petralia Soprana 2003, p. 19, 32, 147.

10 AA.VV. Itinerario gaginiano, cit., p. 69.