La torre detta "dei Ventimiglia" a Gangi fra "pinnaculum", Cavalieri di Malta e altri abbagli storici, passando dalla fondazione di Gangi e da uno stemma araldico di stravagante lettura: risposta a Mario Siragusa su discutibili, presunte "certezze" - 1^ Parte

di Salvatore Farinella©, testo inedito - dicembre 2014

La torre detta "dei Venitmiglia" e la chiesa madre di San Nicolò (foto S. Farinella©)
La torre detta "dei Venitmiglia" e la chiesa madre di San Nicolò (foto S. Farinella©)

Ascoltando una recente canzone di Fabi, Silvestri e Gazzé dal titolo Come mi pare (tratta dall’album Il padrone della festa, settembre 2014) mi ha colpito la frase di attacco che dice: “Chi vuole scrivere impari prima a leggere”: mi è sembrata una affermazione vera e soprattutto calzante per quanto si dirà appresso. 

L’articolo dal titolo “La torre dei Ventimiglia di Gangi: il pinnacolo, il campanile e la ‘matrice’ tra conti, Gerosolimitani e clero sec. XIV” a firma di Mario Siragusa (nel seguito denominato l’articolista), in risposta a un mio articolo del novembre 2013 sulla chiesa madre di Gangi nel quale facevo qualche appunto sulla presenza di un pinnaculum e sulla sua interpretazione fornita dall’articolista in un precedente scritto (titolo Dalla guglia alla cupola su Espero dell’ottobre 2010), mi dà l’occasione per ritornare su questo e su altri argomenti correlati alla torre cosiddetta “dei Ventimiglia” esistente a Gangi: non che fosse necessario dare una risposta allo scritto dell’articolista, ma il tenore delle argomentazioni, gli errori storiografici, la carenza di riferimenti e soprattutto la confusione generata dalla disomogeneità delle notizie date per «certe e documentate» - alcune dovute al semplice ignorare documenti e circostanze - mi hanno imposto una doverosa e puntuale trattazione dei punti sollevati dal citato articolo. 

Data l'ampiezza degli argomenti, e soprattutto data la sommatoria di errori e incoerenze nel testo dell'articolista, il testo che segue è necessariamente lungo, e di ciò mi scuso in anticipo con il lettore: ma è valsa la pena affrontare queste problematiche della storia di Gangi per riportare un pò di ordine in quanto viene scritto con troppa "allegrezza", e se il lettore avrà un la pazienza di leggere il testo (suddiviso per comodità in tre parti) lo potrà trovare particolarmente arricchente.


Preliminarmente occorre fare qualche premessa, anche per “dare a Cesare quel che è di Cesare”. Rilevo come l’articolista sostenga una poca chiarezza e verificabilità scientifica delle fonti in capo alle mie citazioni che, anzi, proporrebbero addirittura espressioni «in qualche documento non chiaramente indicato»: l’asserzione si riferisce alla locuzione intus pinnaculum citata nel mio articolo del novembre 2013 (e sulla quale ritornerò nel seguito di questo testo), tratta da due atti notarili per i quali ho riportato in nota - come faccio sempre - il nome dell’archivio (Archivio Storico del Comune di Gangi nella sua forma abbreviata ASCG), il fondo (Fondo notai defunti), la tipologia del documento, la data, il notaio (nome e cognome o, qualora sconosciuto, la dicitura “notaio ignoto”, l’indicazione del volume (o se non schedato la locuzione “spezzone”) e il numero della carta o del foglio (se abrase o illeggibili con la dicitura c.s.n., carta senza numero). Una prassi, comune a tutti gli studiosi e universalmente riconosciuta come metodologia di norme redazionali, che da vent’anni utilizzo nei miei scritti proprio per consentire la verifica agevole delle fonti.

Devo invece rilevare, con grande delusione, come la medesima metodologia non venga affatto utilizzata dall’articolista, il quale nel suo articolo “La torre dei Ventimiglia di Gangi: il pinnacolo …” dà la seguente “chiara” indicazione: «Arch.storico com. Gangi, notar De Salvo, atto del 10-1-1573, f.151», omettendo palesemente il fondo e soprattutto il volume: potrei dare ancora contezza di come in altri fondi e scritti l’articolista non citi quasi mai correttamente la fonte, mancando ora l’archivio, ora il fondo, ora il volume e rendendo praticamente impossibile (e forse non a caso) ogni verificabilità scientifica. Riguardo poi al fatto che secondo l’articolista la locuzione intus pinnaculum «potrebbe in realtà essere stata interpretata [da me] in modo inesatto» (e sull’esattezza della mia interpretazione darò fra poco anche una documentazione visiva), mi basta citare una delle tante interpretazioni errate dello stesso articolista, come per esempio quella relativa all’abbreviazione notarile spec.lis (notoriamente sciolta in spectabilis, ossia “spettabile”, titolo onorifico in uso e riscontrabile nei documenti notarili, come si vede dall'immagine sotto riportata), riferita nella fattispecie a un personaggio del tardo Cinquecento (lo spagnolo Baldassare del Castillo, per qualche tempo Governatore di Gangi e progenitore dei marchesi di Sant'Onofrio e di Sant'Isidoro) e interpretata invece dall'articolista come spectialis, ossia “speziale, farmacista” (cito da M. Siragusa, Radici economiche e sociali della Santa Inquisizione sulle alte Madonie (sec. XVI-XVII), Cefalù 1999, p. 40, ventinovesimo rigo): e si potrebbe continuare. È bene, dunque, che prima di guardare in casa d’altri ognuno guardi in casa sua.

ASCG, Fondo notai defunti, atto del 8 marzo 1577, notaio Giuseppe Errante, vol. GiuE I-2, c. 201v (foto S. Farinella©)
ASCG, Fondo notai defunti, atto del 8 marzo 1577, notaio Giuseppe Errante, vol. GiuE I-2, c. 201v (foto S. Farinella©)

 

Circa le interpretazioni storiche, poi, è sufficiente noto che «lo storico nel suo lavoro si muove su due piani, che non sono diacronicamente distinti: quello della ricostruzione degli eventi e l’altro della interpretazione … [e che] la ricostruzione dei fatti e degli avvenimenti non è però disgiunta dalla loro interpretazione. Ed è proprio l’interpretazione che diverge da storico a storico. Ogni storico porta nel lavoro di interpretazione tutto se stesso, la sua vicenda umana, i suoi interessi scientifici, la sua sensibilità, la sua capacità di creare collegamenti e individuare nessi, la sua capacità di critica della documentazione utilizzata: in una parola porta la sua cultura. Ecco perché è possibile che gli stessi fatti possano dar luogo a interpretazioni divergenti, tutte legittime se gli autori non si sono lasciati fuorviare da elementi esterni, come potrebbero essere l’ideologia o lo spirito di parte. Ovviamente interpretazione legittima non significa necessariamente interpretazione corretta, condivisibile da tutti. Non tutte le interpretazioni hanno infatti lo stesso grado di attendibilità. La validità di un testo si misura non soltanto dalla correttezza della ricostruzione dei fatti ma anche dal grado di attendibilità delle interpretazioni» (cito O. Cancila in La storia, gli storici, atti della tavola rotonda del 29 novembre 2000, a cura di F. D’Avena, Palermo 2004, p. 40-42). Si mostrerà nel prosieguo come neanche l’articolista sfugga a tale principio.

 

Un’ultima doverosa premessa, prima di entrare nel merito di quanto scritto dall’articolista, va fatta sulle fonti che lo stesso articolista definisce come «la tradizione e l’interpretazione più accreditata» e come «plurisecolare tradizione storiografica», in una parola gli scritti dei due studiosi locali del Novecento, Santo Nasello (in particolare Engio e Gangi. Nella storia, nella leggenda e nell’arte, Palermo 1949, seconda edizione Palermo 1982) e Francesco Alaimo (in particolare La Chiesa di Gangi nell’era pagana e cristiana, Palermo 1950): due scritti su cui si è fondata la storiografia di Gangi e a cui l’articolista (ma per la verità anche altri) fa pedissequamente costante affidamento senza alcuna revisione critica. Più volte attraverso le mie pubblicazioni e i miei scritti (ma anche attraverso gli scritti di altri autorevoli studiosi siciliani e non, come Illuminato Peri e Francesco Giunta, Henri Bresc e Maurice Aymard o il più recente Giovanni Mendola) è stata dimostrata l’inattendibilità e a volte anche il falso storico di numerosi argomenti riguardanti la storia di Gangi, errori storiografici il cui approfondimento è oggetto di questa sezione del sito. Mi riferisco, per esempio, alla chiesa dello Spirito Santo o al palazzo Bongiorno e ai dipinti del Fumagalli e del Martorana, allo Zoppo di Gangi o a Filippo Quattrocchi (le cui mostre del 1997 e del 2004 che ho avuto modo di organizzare hanno mostrato tutta l’infondatezza della storiografia passata), all’abbazia di Santa Maria di Gangi Vecchio o alla storia delle varie chiese e alla stessa storia di Gangi, non ultima alla sua presunta distruzione del 1299 e alla sua pseudo rifondazione. È evidente che i due storici locali hanno risentito dell’influenza e degli errori storiografici degli autori del passato (a cominciare dal Fazello fino ad arrivare al Pirri, a Vito Amico e altri), riverberati senza la benché minima verifica critica delle fonti in grado di giustificare letture filologicamente e storicamente più corrette.

 

Entriamo adesso nel merito dello scritto dell’articolista, scusandomi per questa forse lunga premessa. La questione ruota attorno al termine pinnaculum, sul suo significato e sulla sua interpretazione e, fra tanta confusione, va a parare su una serie di ulteriori argomenti correlati come i Gerosolimitani (Cavalieri di Malta), la fondazione di Gangi, stemmi gentilizi approssimativamente ed erroneamente interpretati e quant’altro: congetture e accostamenti che, parafrasando lo stesso articolista, appaiono alquanto friabili e inconsistenti. La lettura volutamente artefatta e parziale del mio articolo del novembre 2013 ha portato l’articolista a formulare «alcuni rilievi» circa la mia opinione sul cosiddetto pinnaculum, per allargarsi poi ad altre considerazioni su alcuni aspetti della storia di Gangi: e poiché l'articolista non considera l’interpretazione - o ipotesi ricostruttiva - come lettura ampia degli eventi alla luce non di un solo documento (quale potrebbe essere quello o quelli che citano il pinnaculum) ma di una serie di altri svariati documenti e di indizi e tracce di altra natura, capisco che chi si approccia solo recentemente alla storia dell’architettura e alla storia dello sviluppo urbano (avendo orientato fino a non molto tempo fa i propri interessi di studio solamente verso altri argomenti di carattere più socio-economico) possa avere qualche difficoltà e poca dimestichezza con la ricostruzione storiografica. Meno giustificabile è invece l’accettare supinamente, da parte dell’articolista, la cosiddetta «plurisecolare tradizione storiografica» come verità assoluta e operare confronti specialistici in assenza di un bagaglio di conoscenze appropriate.

Data la confusa dissertazione che emerge dallo scritto dell’articolista, che lascia un argomento per riprenderlo poi più volte in mezzo al testo e in contesti estranei, procedo di seguito all’esame delle singole asserzioni dello scritto, cercando di operare una sintesi per macroargomenti e cercando di fare chiarezza, sottolineando con diverso colore (bordeaux) i passaggi più incoerenti del testo dell'articolista e gli errori più macroscopicamente evidenti.

 

... continua